Sul lavoro ti hanno chiesto di passare al tempo pieno? Attento a cosa rispondi

Ti sei mai chiesto se dire no a un cambio d’orario possa davvero metterti a rischio licenziamento? In un momento in cui le aziende chiedono sempre più flessibilità, è facile sentirsi sotto pressione. Ma dire “no” è davvero un problema?

Oppure ci sono delle tutele? Una storia vera ci porta dritti al cuore di questa domanda, dove tra turni, fatica e diritti, le risposte non sono sempre scontate. La parola chiave è: equilibrio. E non è sempre facile trovarlo.

Fabbrica di vestiti
Sul lavoro ti hanno chiesto di passare al tempo pieno? Attento a cosa rispondi-trading.it

Antonia e Giacomo sono due turnisti in una piccola fabbrica di vestiti. Si alternano tra mattine e notti, dividendo fatiche e sogni. Quando il capo li ha chiamati per proporre un cambio d’orario, hanno subito capito che non era solo una proposta. “O passate al tempo pieno, o vedremo il da farsi.” Parole che suonano come un avvertimento. Ma loro hanno detto no. Antonia deve assistere la madre, Giacomo sta frequentando un corso serale. Hanno scelto di restare part-time, anche se adesso la paura è forte: possono essere licenziati?

Nel dubbio, non dormono più sereni. E come loro, tanti altri lavoratori che non sanno se un rifiuto, anche legittimo, può metterli a rischio.

Se il datore propone un cambio d’orario, puoi rifiutare?

In casi come quello di Giacomo e Antonia, la legge parla chiaro: il datore di lavoro non può cambiare l’orario unilateralmente. Che si tratti di passare da part-time a tempo pieno o viceversa, serve l’accordo scritto di entrambe le parti.

Datore di lavoro
Se il datore propone un cambio d’orario, puoi rifiutare?-trading.it

Il rifiuto del lavoratore, in questi casi, non può essere considerato motivo di licenziamento. È una tutela prevista dalla normativa (art. 5 del d.lgs. n. 61/2000) che protegge proprio chi, per motivi personali o familiari, non può accettare un cambiamento.

Quindi, in generale, Antonia e Giacomo possono stare tranquilli. Il loro “no” è legittimo. Ma c’è un però, e non è trascurabile. Esistono casi particolari in cui il rifiuto può portare a conseguenze più serie.

Quando il rifiuto può diventare un problema

La Cassazione in diverse sentenze ha stabilito che, se l’azienda dimostra di non poter più utilizzare la prestazione lavorativa a orario ridotto, allora il licenziamento può essere ritenuto legittimo. Ma attenzione: non basta una semplice riorganizzazione. Il datore deve provare concretamente che quel tipo di contratto, ad esempio il part-time, non è più compatibile con la produzione.

Nel caso di Giacomo, se l’azienda usa solo turni lunghi da otto ore e non ha modo di inserirlo, allora potrebbe giustificare il licenziamento. Ma la responsabilità della prova è tutta del datore. Non si tratta di punire il lavoratore, ma di valutare la reale impossibilità di mantenerlo nell’organico con quell’orario.

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