Riforma previdenziale probabilmente in attesa di nuovi numeri che attestino lo sviluppo delle prospettive economiche in Ue e in Italia. Arriverà entro metà 2023.
I dubbi per il nuovo esecutivo non sono da biasimare; la Commissione europea rivede al ribasso dello 0,6% le prospettive di sviluppo del nostro Paese.
A riconfermare ciò che si temeva da mesi c’è anche il commissario all’Economia: “Ci attende un periodo difficile”. Giancarlo Giorgetti: “Condiviso il nostro scenario”. Inflazione attesa all’8,7% dopo il 6,6% di quest’anno.
L’andamento dell’economia italiana stimato per il 2023 non può fare di certo mettere al sicuro una riforma delle pensioni strutturale e a lungo termine. Il governo aveva in mente una piccola rivoluzione per superare i limiti attuali e la disuguaglianza che si accresce da una generazione all’altra. I futuri pensionati dovranno tuttavia attendere tempi migliori.
La prossima riforma previdenziale, chiamata “Meloni-Calderone” arriverà entro la metà del 2023. Il confronto prolungato con le parti sociali e i sindacati hanno determinato con sicurezza almeno tre punti chiave: superare la legge Fornero, introduzione della pensione di garanzia giovani e flessibilità in uscita strutturale.
Dopo l’allarme lanciato dal Fondo monetario internazionale, nelle scorse ore sono arrivati anche i dati di alcuni tra i principali Paesi europei che segnalano ormai un’evidente emergenza sul fronte delle prospettive per il sistema economico e produttivo. L’obbiettivo primario della riforma delle pensioni è la possibilità di fissare la possibilità di lasciare il lavoro a 62 anni, con 35 anni di contributi.
La soluzione sembra improbabile proprio a causa degli effetti che ciò implicherebbe sull’aumento della spesa pensionistica. L’alternativa è fissare l’uscita dal mondo del lavoro tra i 63 e i 64 anni con penalizzazioni progressive sull’importo della pensione in relazione agli anni mancanti. Sarebbero già stati decisi anche gli scaglioni di penalizzazione; per chi va in pensione in anticipo avrebbe tra 1 e il 2% in meno sull’importo dell’assegno per ogni anno di retribuzione in meno.
La prima buona notizia che rimette in gioco la qualità della vita del pensionato è la possibile eliminazione del meccanismo che lega l’età pensionabile e gli altri requisiti contributivi alla speranza di vita. Si tratta di una stima in base al quale l’Istat calcola l’incremento della vita media associandogli automaticamente pari validità a prescindere. Questo ha fatto fino a oggi salire le condizioni di età e di contribuzione per l’accesso alle molteplici forme pensionistiche.
La seconda buona notizia è che nell’ambito della riforma è confermata Ape sociale e opzione donna stabilizzando così le misure già esistenti a tutela di categorie che si trovano in condizioni specifiche. Oltre le donne lavoratrici i disoccupati, invalidi, familiari che assistono disabili, lavoratori che svolgono attività gravose.
Infine, la novità più rilevante sembra dedicata ai giovani. Proprio coloro che rischiano di subire gli effetti dell’erosione qualitativa del diritto alla pensione dovrebbero finalmente vedersi riconosciuta una garanzia. Si tratta di un tema riconosciuto dalle parti da anni ma mai concretizzato. La cosiddetta “pensione di garanzia” andrà a proteggere coloro che hanno avuto carriere discontinue o salari bassi. Non a caso recentemente Meloni ha parlato di rischio di pensioni “inesistenti”.
Nel concreto la soluzione sarebbe un’integrazione da parte dello Stato del trattamento maturato dal lavoratore con l’obiettivo di arrivare almeno a mille euro di assegno.
Coloro che hanno iniziato a lavorare dal 1996 andranno in pensione col sistema contributivo, a partire dal 2035. Le vie d’uscita saranno quattro e tutte impegnative perché i loro requisiti sono mobili e crescono con la speranza di vita:
Chi lavora a intermittenza, con stipendi bassi, rischia grosso; per questo la pensione di garanzia è una necessità per tutelare chi rischia di finire nella povertà assoluta. L’integrazione scatterebbe al raggiungimento dei requisiti di legge per la pensione e riguarderebbe coloro che non arrivano almeno al una soglia del 60% minimo del reddito medio.
Per accrescere il contributo finale si ragionerà anche su una valorizzazione dei periodi non lavorativi accumulati nel tempo causa studio, maternità, congedi per cura, e assunzioni tra un contratto e l’altro.
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