Il Governo ha preso l’abitudine a sostituirsi sempre di più alle dinamiche economiche attraverso sussidi; si va verso il reddito universale?
Il palliativo dei sussidi rischia così di trasformarsi in un sistema controproduttivo, non solo economicamente ma potenzialmente anche per le libertà individuali.
L’inflazione e le recenti crisi vengono affrontate sempre con la stessa ricetta. Non sembra esserci una soluzione strutturale ai problemi dell’Italia che si avvicina sempre più verso un sistema in cui il cittadino dipende sempre più dai sussidi statali.
Questo è in grado di condizionare non poco l’opinione pubblica alla scelta dei governi da cui dipende direttamente per il proprio sostentamento di base. L’assistenzialismo diventa distopico quando il sistema non garantisce un’alternativa rischiando di livellare la messa a frutto delle proprie competenze aumentando sfiducia e immobilismo. Il recente bonus di 200 euro al mese è importante ma non sufficiente. Quello che manca è il contesto necessario affinché l’impegno individuale e collettivo venga remunerato dal libero scambio e partecipazione dei soggetti interessati.
Stasera si riuniranno a Strasburgo i rappresentanti del Parlamento europeo e del Consiglio per arrivare all’approvazione finale sul salario minimo. Per martedì mattina è attesa la conferenza stampa che vedrà molto probabilmente una decisione a favore, stabilendo i requisiti di base per garantire un reddito che permetta un livello di vita dignitoso.
Un salario minimo legale condivisibile ma che non tiene comunque conto delle dinamiche di mercato. Nel breve termine questo strumento dovrà essere sostenuto comunque da un intervento statale in grado di evitare nuovi limiti alle assunzioni o eventuali licenziamenti. Il provvedimento a livello comunitario si innesta in una tendenza che può arrivare fino a un reddito di base o reddito universale, incondizionato in tutta l’Unione europea.
In base al trattato di Lisbona, Bruxelles è tenuta a presentare una proposta in questo se entro il 25 giugno saranno farlo raccogliere un totale di 1 milione di firme e in almeno sette Paesi dell’Unione. L’iniziativa popolare ha raggiunto al momento circa 225 mila firme ma rileva cambiamenti importanti nell’opinione pubblica e nella percezione di una generale inconsistenza dei trend economici positivi.
E’ così che nascono un po’ dappertutto i “redditi di cittadinanza”, i “salari minimi” da cui può scaturire il reddito di base universale. In questo scenario quindi i governi diventano il pilastro principale dell’economia e la fonte primaria di beni di prima necessità per gran parte della popolazione. La misura non mira nella sua forma in Ue a sostituirsi in alcun modo allo Stato sociale; esso si pone come un’integrazione per emancipare le persone dall’aiuto assistenziale dello Stato.
Paradossalmente l’idea è quella che di un reddito di base incondizionato e sufficiente. Un diritto per il cittadino a prescindere dallo stato civile, dalle forme di convivenza o dalla configurazione familiare, dal reddito o patrimonio di altri conviventi o familiari. Incondizionato perché, non deve esser soggetto a nessuna condizione preliminare o conseguente.
L’importo del reddito deve consentire un tenore di vita dignitoso, in linea con le norme sociali e culturali del paese europeo di riferimento. Per esempio, secondo le norme dell’Unione europea deve corrispondere al 60% del reddito medio netto nazionale. A livello europeo esistono già in molti stati misure simili al reddito di cittadinanza italiano, condizionato per età e condizione familiare e lavorativa. Contrastare la povertà è un’esigenza trasversale e che riguarda oggi fasce più ampie di popolazione, spesso impossibilitate da condizioni del mercato del lavoro a ricevere un reddito sufficiente.
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