C’è chi, davanti a un grafico che precipita, si ferma a guardare, e chi invece sente l’adrenalina di una grande occasione. Pasquale era uno di questi: vedeva nelle piccole società italiane la sua personale miniera d’oro.
Investiva convinto di aver trovato il titolo nascosto che un giorno avrebbe fatto il botto. A volte ci ha preso, altre volte no. Ma un’esperienza in particolare gli ha fatto cambiare completamente il suo approccio. È lì che ha capito una delle lezioni più importanti di tutta la sua esperienza con i mercati azionari.

Non è difficile capire cosa cercasse Pasquale. Quel misto di intuizione e coraggio che si prova quando si investe in qualcosa che gli altri ancora non vedono. Quel senso di anticipo, come se si fosse seduti su un segreto ben custodito. Le azioni a bassa capitalizzazione lo affascinavano, soprattutto quelle quotate a Piazza Affari, ancora poco scambiate, poco seguite. La speranza era sempre la stessa: che prima o poi qualcuno si accorgesse del “gioiello nascosto”.
All’inizio, alcune scelte si rivelano vincenti. Guadagni rapidi, la conferma che stava andando nella direzione giusta. Ma poi qualcosa cambia. Alcune aziende iniziano a non pagare più dividendi, altre mostrano segnali evidenti di avere un modello di business debole, altre ancora crollano di colpo. E quando i titoli scendono giorno dopo giorno del 10%, diventa difficile pensare lucidamente. Pasquale cerca di uscire, ma i prezzi continuano a crollare. Su certe posizioni è arrivato a perdere anche il 90%. A quel punto, il suo consulente gli dice qualcosa che non dimenticherà più: “Non tutte le perdite si recuperano”.
Quando la realtà ti costringe a rivedere tutto
Pasquale non si è mai definito un giocatore, ma con il senno di poi, si rende conto che quello che cercava non erano investimenti, ma scommesse. E i mercati, prima o poi, te lo fanno capire. La voglia di trovare la perla rara lo aveva portato a ignorare un principio fondamentale: la diversificazione, ma soprattutto la qualità dei titoli in cui metteva i soldi.

A un certo punto, decide di voltare pagina. Inizia a cercare aziende con una capitalizzazione solida, che abbiano un business stabile, dividendi costanti nel tempo e che siano attivamente scambiate. Non più titoli invisibili, ma realtà consolidate, magari anche sottovalutate, ma con fondamenta robuste.
Capisce che il mercato non è solo fatto di fiammate improvvise, ma anche di solidità, affidabilità, regolarità. E che a volte è meglio crescere piano, ma su basi solide, piuttosto che correre dietro a sogni che rischiano di dissolversi. Pasquale non ha rinnegato l’emozione dell’intuizione, ma ha imparato a bilanciarla con la prudenza. E oggi, se qualcuno gli chiede un consiglio, la sua risposta è semplice: prima la testa, poi il cuore.
Ti sei mai chiesto se stai davvero investendo… o stai solo sperando?