Hai mai pensato di rallentare, magari passando al part-time, per respirare un po’? Anche Agostino e Monica l’hanno fatto. Ma ciò che sembrava una scelta semplice, ha cambiato il loro futuro.
Quando decidi di lavorare meno per ritrovare il tuo tempo, rischi di perdere qualcosa di molto più grande, e nessuno te lo dice finché non è troppo tardi. L’impatto non è solo sullo stipendio, ma sulle tue tutele e sulla pensione. Vale davvero la pena sacrificare anni di contributi per qualche ora libera in più?

Agostino aveva un lavoro stabile in banca e una vita scandita da orari serrati. Monica, insegnante part-time, aveva già fatto la sua scelta: meno ore, più tempo per sé e per i figli. Quando anche Agostino ha chiesto il part-time, credeva di guadagnarci in serenità. Ma la realtà lo ha riportato coi piedi per terra. Dopo qualche mese, controllando la sua posizione contributiva, ha scoperto che lavorare meno non significa necessariamente lavorare meno anni. Anzi, potrebbe significare l’opposto.
Quello che Agostino non sapeva è che l’orario ridotto incide in modo importante sui contributi pensionistici. Nel 2025, ad esempio, se la tua retribuzione settimanale è inferiore a 241,36 euro, anche lavorando tutte le settimane, non tutte verranno conteggiate ai fini pensionistici. Monica, che guadagnava 500 euro al mese per 20 ore settimanali, ha scoperto che il suo anno di lavoro valeva solo 24 settimane contributive. Non 52. In pratica, un anno vissuto ne valeva mezzo sulla carta. E questo, col passare del tempo, fa davvero la differenza.
In molti casi, queste informazioni non vengono fornite chiaramente quando si firma un contratto part-time. Non si tratta solo di numeri o tabelle INPS, ma di anni della propria vita che possono scivolare via senza lasciar traccia nei registri contributivi. E quando arriva il momento di fare i conti, il margine di manovra si restringe drasticamente. La consapevolezza, invece, dovrebbe arrivare prima, quando si è ancora in tempo per valutare tutte le opzioni.
Part-time: quando è un diritto, quando è un rischio
Ci sono casi in cui il passaggio al part-time è un diritto garantito. Succede a chi affronta gravi patologie, a chi rientra da un periodo di violenza di genere, o ai genitori che vogliono rinunciare al congedo parentale per lavorare meno. In queste situazioni, il datore di lavoro non può opporsi. Ma anche qui, le tutele non coprono tutto. Se la retribuzione scende sotto la soglia minima, il numero di settimane utili per la pensione si riduce.

La legge equipara i due principali tipi di part-time, orizzontale e verticale. Ma l’unica vera garanzia è il reddito. Agostino ha scoperto che poteva colmare il buco contributivo con versamenti volontari, ma a un costo non indifferente. Monica ha valutato il riscatto degli anni di lavoro part-time. Due soluzioni possibili, ma che richiedono pianificazione e sacrifici. Entrambi hanno iniziato a informarsi meglio, a confrontarsi con consulenti e colleghi, per capire come recuperare quanto possibile e non compromettere il futuro.
In fondo, la domanda è semplice: cosa sei disposto a perdere per avere più tempo oggi? La libertà che il part-time promette può avere un prezzo alto, soprattutto se non si conoscono in anticipo tutte le implicazioni. Prima di ridurre le ore lavorative, serve capire davvero cosa comporta. Perché il tempo che guadagni ora, potresti doverlo restituire in anni di lavoro in più.