Ti sei mai chiesto se rifiutare un piano di recupero delle assenze possa costarti il lavoro? Forse pensavi fosse solo una proposta, ma la realtà potrebbe essere molto diversa.
E se una sentenza della Cassazione cambiasse tutto quello che credevi di sapere? Questo è quello che è successo a Vincenzo, e quello che ha letto lo ha lasciato di sasso.

Quando Marco si è avvicinato alla scrivania con quel sorriso a metà tra il divertito e il preoccupato, Vincenzo non immaginava certo che pochi minuti dopo si sarebbe ritrovato a ripensare a ogni assenza fatta negli ultimi mesi. “Leggiti questa,” gli ha detto il collega porgendogli una stampa. “Mi sa che ti riguarda.” E aveva ragione.
Il documento raccontava di una lavoratrice licenziata per non aver rispettato un piano di recupero delle ore perse per assenze ingiustificate. E non solo: la Cassazione aveva confermato che il licenziamento disciplinare fosse proporzionato. Un passaggio, in particolare, aveva colpito Vincenzo: “il venir meno della fiducia nel lavoratore giustifica il licenziamento per giusta causa”. E lì ha iniziato a preoccuparsi.
Il piano di recupero delle assenze può essere obbligatorio?
Quando le assenze non giustificate si accumulano, il datore può proporre un piano di recupero. Fin qui tutto normale. Ma cosa succede se quel piano viene ignorato? La sentenza n. 6140 del 2025 della Cassazione chiarisce che l’inosservanza può portare al licenziamento per giusta causa, se il comportamento mina la fiducia nel lavoratore.

Il lavoratore ha diritto al riposo, certo. Non può recuperare sacrificando le undici ore tra un turno e l’altro, ad esempio. Ma se il piano di recupero è realizzabile nel rispetto dei suoi diritti, ignorarlo è visto come una mancanza di buona fede. È un comportamento che danneggia gli interessi aziendali e infrange gli obblighi di correttezza.
Nel caso citato, la dipendente si era assentata ripetutamente e poi non aveva rispettato l’accordo di recupero. Per la Corte, non si trattava solo di ore mancate, ma della rottura di un patto implicito di fiducia. E questo giustificava la sanzione massima.
Fiducia e proporzionalità: cosa valuta la Cassazione
Il vero cuore della questione è la proporzionalità della sanzione. Il giudice deve valutare tutto: frequenza delle assenze, mansioni svolte, contesto aziendale. E se il comportamento è così grave da rendere impossibile proseguire il rapporto, allora il licenziamento è legittimo.
Il messaggio è chiaro: ignorare un piano di recupero non è solo una svista. È un segnale. Comunica disinteresse, mancanza di responsabilità. E può far crollare il rapporto fiduciario.
Per Vincenzo, quel foglio stampato da Marco è stato un campanello d’allarme. Non basta “fare bene il proprio lavoro” a giorni alterni. Serve coerenza, rispetto degli impegni presi, consapevolezza delle proprie azioni. E la consapevolezza, a volte, inizia con una sentenza.