“Dedollarizzazione”: gli analisti spiegano se il ruolo del dollaro è finito davvero

Gli analisti temono che la politica economica e monetaria statunitense possa indebolire il dollaro. Ecco cosa ne pensa Benjamin Dubois.

Donald Trump ha deciso di imporre i dazi con lo scopo di risollevare l’economia statunitense e consentire agli Stati Uniti d’America di tornare a essere leader nella finanza mondiale. Secondo Benjamin Dubois, Head of Overlay management di Edmond de Rothschild AM, questa mossa potrebbe avere importantissime ripercussioni sul dollaro e sulle materie prime.

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“Dedollarizzazione”: gli analisti spiegano se il ruolo del dollaro è finito davvero (trading.it)

Dopo l’euforia iniziale susseguente le elezioni, il dollaro ha iniziato a sprofondare. Allo stesso tempo, l’oro è schizzato alle stelle perché ritenuto il bene rifugio per eccellenza dagli investitori. Questi ultimi, tuttavia, si chiedono se sia cominciata una fase di “dedollarizzazione”.

La “dedollarizzazione” è ufficialmente iniziata? Parola agli esperti

Secondo Benjamin Dubois, le ultime decisioni di Donald Trump in materia di politica economica potrebbero determinare un ribasso del valore del dollaro del medio-lungo termine. Questo, però, non significa che la moneta statunitense sia sul viale del tramonto perché, negli ultimi quindici anni, ha superato le previsioni degli analisti.

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La “dedollarizzazione” è ufficialmente iniziata? Parola agli esperti (trading.it)

L’attuale crisi geopolitica e il crollo delle azioni tecnologiche ha indebolito il dollaro; lo scenario è stato, poi, ulteriormente aggravato dal piano di riarmo dell’Unione Europea, che ha spinto gli investitori mondiali a puntare sulle aziende europee del settore difesa.

Benjamin Dubois ritiene che il dollaro possa subire un contraccolpo anche dal progetto di rimodernamento del sistema finanziario globale annunciato da Miran, Consigliere Economico senior di Donald Trump, il quale sostiene che debba essere deprezzato il dollaro, per permettere la rinascita dell’industria statunitense.

In tale ottica, l’introduzione dei dazi da parte del neo Presidente risulterebbe essenziale, per costringere le altre Nazioni a trovare un accordo sulle valute, come è già successo nel 1944, con gli accordi di Bretton Woods, o nel 1985 con gli accordi di Plaza. A differenza del passato, oggi è meno probabile che si concluda un nuovo patto sulle valute, perché le principali riserve sono in mano agli Stati asiatici e mediorientali.

In realtà, i nuovi dazi sembrerebbero un modo per ottenere nuove entrate fiscali. Per Dubois la “dedollarizzazione” è stretta conseguenza dell’aumento del prezzo dell’oro, che è considerato l’asset di riserva primario e alternativo proprio al dollaro.

Nei prossimi mesi, se non si placheranno i contrasti commerciali, i mercati valutari saranno interessati da una maggiore volatilità. Finora, grazie alle politiche monetarie a tasso zero introdotte dalle banche centrali globali e al dollaro forte, la fluttuazione dei mercati era stata sedata e tantissimi investitori avevano ignorato il rischio valutario. Secondo Benjamin Dubois, oggi tale pericolo è ritornato e dovranno essere presi provvedimenti a lungo termine.

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