Crisi economica di un’azienda e busta paga scomparsa: cosa può fare davvero un dipendente

Ti sei mai chiesto cosa succede quando lo stipendio non arriva più? Cosa può fare davvero un lavoratore quando il proprio datore di lavoro si trova in crisi economica? In certe situazioni, non basta più aspettare.

Si tratta della tua vita, dei tuoi diritti, della tua stabilità. Quella sensazione di incertezza che ti toglie il sonno, il timore di non riuscire a pagare l’affitto o di far fronte alle spese quotidiane: tutto parte da lì. La verità è che esistono strumenti, leggi e percorsi precisi per non restare a guardare.

Busta paga
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Antioco e Rossana lavoravano da anni nella stessa azienda. Lui operaio, lei in amministrazione. Tutto sembrava stabile, fino a quando lo stipendio ha smesso di arrivare. Prima un ritardo, poi un mese saltato. Infine, due. Silenzio da parte dei vertici. Le voci parlavano di crisi economica, ma nessuno confermava nulla.

Rossana ha deciso di muoversi con prudenza, chiedendo supporto a un sindacato. Antioco, più diretto, ha cercato il confronto con l’azienda. In entrambi i casi, la realtà era chiara: la situazione era grave. Non c’erano soldi per gli stipendi. Hanno quindi valutato l’opzione delle dimissioni per giusta causa, previste quando il datore non paga per almeno due mesi consecutivi. Questa scelta consente di ottenere la disoccupazione NASpI e richiedere subito il TFR, senza aspettare un eventuale fallimento o la vendita di beni aziendali.

Molti colleghi hanno esitato, temendo di non trovare altro lavoro. Ma Antioco e Rossana hanno scelto di agire per primi, supportati da un consulente legale che ha spiegato loro tutti i passaggi da seguire, dalla comunicazione formale alla compilazione della domanda di NASpI.

Le strade da percorrere quando l’azienda non paga più

Il passo successivo è arrivato quando l’azienda ha tentato una ristrutturazione per evitare il collasso: tagli al personale, cambio mansioni, riduzione degli stipendi. Alcuni colleghi hanno accettato, Antioco e Rossana no. Hanno scelto di tutelarsi.

Studio di un avvocato
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In casi simili, il datore può procedere con un licenziamento per giustificato motivo oggettivo, che diventa collettivo se coinvolge almeno cinque dipendenti in un arco di 120 giorni. In queste situazioni, è fondamentale che vengano rispettati criteri trasparenti (anzianità, carichi familiari, competenze) e condivisi con i sindacati. Se ciò non accade, il lavoratore può contestare il licenziamento tramite raccomandata o PEC entro 60 giorni.

Quando l’impresa non riesce più a sostenersi, si arriva alla liquidazione giudiziale (ex fallimento). Se il giudice approva, un curatore prende il posto del titolare per gestire le operazioni residue. I crediti da lavoro diventano privilegiati e, una volta venduti beni o scorte, si iniziano a saldare i debiti partendo proprio dagli stipendi. In certi casi, il curatore può continuare temporaneamente l’attività aziendale per cedere le rimanenze o concludere contratti in essere.

Nel frattempo, TFR e ultime tre mensilità sono garantiti dal Fondo di Garanzia INPS. Antioco e Rossana hanno presentato ricorso al Tribunale per ottenere quanto dovuto e, in assenza di fondi, hanno chiesto il fallimento. È un percorso complesso, ma possibile. Serve tenacia, documenti in ordine, e la consapevolezza dei propri diritti. E spesso, proprio in questi momenti, si scopre la forza di non arrendersi.

Quando lo stipendio smette di arrivare, aspettare non è sempre la scelta giusta. E tu, cosa faresti se fossi al posto loro?

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